
Al termine della replica di giovedì 4 dicembre il regista incontra il pubblico insieme all’attivista e scrittrice Porpora Marcasciano, a moderare l’incontro è il direttore artistico di Gender Bender Festival Mauro Meneghelli.
A Visual Diary è una pièce tra teatro, mostra e «lezione intima», frutto di molti viaggi negli USA di Fabio Cherstich, che restituisce voce a esistenze straordinarie rimaste nell’ombra.
Attraverso un archivio di materiali in gran parte inediti vengono riportate alla luce le vite di tre artisti underground: Patrick Angus, Larry Stanton e Darrell Ellis, le paure legate alle prime morti di AIDS e le riflessioni di una comunità.
«Negli ultimi dieci anni ho condotto una profonda indagine sulla scena artistica queer – scrive il regista – che ha prosperato negli anni ’80 a New York City, in particolare a Manhattan. Questo percorso di ricerca ha portato alla luce le opere e le storie di numerosi artisti le cui vite sono state tragicamente spezzate dall’AIDS. Ho scelto di iniziare con Patrick Angus, Larry Stanton e Darrell Ellis per un esperimento in cui, per la prima volta, unisco la mia esperienza teatrale con la mia passione per la narrazione e l’arte visiva. (…) Larry Stanton ha lasciato un atlante di volti che conserva la fragilità e la potenza della sua generazione. Patrick Angus ha illuminato teatri e club queer con uno sguardo dolente e luminoso, restituendo dignità a un mondo spesso invisibile. Darrel Ellis, reinventando le fotografie del padre, ha trasformato la memoria familiare in un atto di resistenza poetica. Sono tre compagni di viaggio e tre assenze. Tre voci che la storia ufficiale ha lasciato ai margini. Il mio lavoro nasce anche dal desiderio di impedire che ciò che hanno amato, sofferto e creato venga inghiottito dal silenzio».
Lo spettacolo è composto da materiali eterogenei, fotografie, filmati super 8 o girati con l’iPhone del regista, interviste, audio d’epoca, lettere, diari, trattati come presenze più che come documenti, in una drammaturgia scritta assieme a Anna Siccardi, e in una composizione video curata da Francesco Sileo. La musica ha inoltre un ruolo decisivo: apre spazi emotivi, ricostruisce atmosfere, crea continuità tra tempi lontani. Ne è nata un’opera che non chiude una storia, ma la mantiene in movimento, come una memoria che non smette di trasformarsi.
È proprio la memoria uno dei temi chiave del lavoro: come custodire un’eredità? Come trasmettere storie di perdita e desiderio senza trasformarle in icone? A Visual Diary nasce da queste domande: «Nel lavoro – continua Cherstich – convivono la voce interrotta di Stanton, lo sguardo ironico e malinconico di Angus e le immagini ricostruite di Ellis, che ricordano quanto ogni memoria sia fragile, parziale, costruita. Per questo il progetto non è un semplice gesto commemorativo: è un dispositivo critico che interroga il passato e, insieme, le istituzioni e il pubblico di oggi, chiamati a decidere chi e cosa meriti di essere ricordato e perché».