
“L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi”, diretto da Andrea Adriatico, è uno dei testi più travolgenti di Copi, drammaturgo franco-argentino morto di Aids dopo aver lasciato una serie di opere, disegni e fumetti di grande spessore. La commedia è un inesauribile accavallarsi di colpi di scena che ogni volta modifica completamente ogni riferimento, a cominciare da quello sessuale. E’ il trionfo del delirio transgender e psichedelico, che esplode in una graffiante comicità. Si ride di cose atroci, mentre il mondo va alla deriva, rappresentato com’è in quella capanna nella steppa che assomiglia sempre più al nostro universo scardinato.
La strampalata storia di Irina e di una sua improbabile Madre, sempre in procinto di partire per un altrove che non esiste mentre, ricevono la visita di personaggi senza un’identità e un sesso definitivi. Una cavalcata nella più sfrenata fantasia per descrivere con il sorriso l’umanità lacerata dei nostri tempi, dove “la difficoltà di esprimersi” ha l’immagine atroce delle mutilazioni: fisiche, umane, sociali.
In scena, sorprendenti e irresistibili, tre protagoniste degli ultimi lavori teatrali di Andrea Adriatico, quelli dedicati a Elfriede Jelinek, Delirio di una trans populista, Jackie e le altre e Un pezzo per sport, ovvero Eva Robin’s, Olga Durano, Anna Amadori.
“Il vento, di sera” è un film che intreccia lo sguardo sulla più agghiacciante cronaca nera italiana, quella del terrorismo, con una forte adesione al tema politico del riconoscimento delle unioni civili omosessuali. Ma è anche un film che scava nel profondo dei sentimenti, descrivendo lo smarrimento e la solitudine umana, e quei tenui fili di solidarietà, forse d’amore, che possono formarsi sulle soglie della disperazione.
“Basta un soffio di vento per farci volar via”: la frase di Bernard-Marie Koltès che apre il film ci introduce nella lunga notte di smarrimento di Paolo. Per lui, il vento è l’agguato terroristico a un uomo politico, che si porta via anche uno scomodo testimone dell’omicidio: il suo compagno Luca. Inizia con questa perdita l’angoscioso vagabondare di Paolo nella città assediata dalle sirene della polizia, stordito dall’assurdità di quanto è accaduto, quasi inebetito di fronte al vuoto improvviso e all’addio definitivo del suo compagno di vita. Le tappe di questo dolore errante si susseguono mostrando un’umanità indifferente, partecipante o ostile. L’ospedale in cui il medico si oppone alle richieste di Paolo perché non è un “vero familiare” è solo l’inizio di un percorso che trova anche momenti di una possibile serenità, come l’incontro con Momo, un ragazzo che senza conoscere il suo dolore si innamora di lui. Accade tutto in una notte. Una sofferta notte italiana prima dell’alba…
Il film diretto da Andrea Adriatico e prodotto da Teatri di Vita, è stato selezionato al Festival del Cinema di Berlino. Il cast comprende Corso Salani, già protagonista del “Muro di gomma” di Marco Risi, e poi Francesca Mazza, Sergio Romano, Paolo Porto, Luca Levi, Fabio Valletta, con la partecipazione straordinaria di Giovanni Lindo Ferretti (ex leader dei CCCP), Alessandro Fullin (in una delle sue più beffarde interpretazioni da cabaret) e Ivano Marescotti nella parte dell’uomo politico ucciso nell’agguato. Soggetto e sceneggiatura sono di Stefano Casi e Andrea Adriatico. Musiche originali di Roberto Passuti.
“TORRI, CHECCHE E TORTELLINI” viene ripresentato dopo il grande successo al Torino Gay&Lesbian Film Festival e al Biografilm Festival. Il film di Andrea Adriatico ripercorre la storia dell’insediamento del movimento omosessuale nel Cassero, il primo circolo pubblico che l’Italia osò concedere in anni difficilissimi ad una comunità che cominciava una marcia di visibilità mai più arrestata. E lo fa con lo spirito della ricostruzione di un racconto che è al contempo testimonianza sociale e riflessione politica, intervistando i protagonisti di quel momento, politici come Walter Vitali o Sandra Soster, giornalisti e soprattutto attivisti. Su tutto il desiderio di mettere a fuoco testimonianze straordinarie, come una lettera su Bologna di Mario Mieli, grande ideologo del primo movimento omosessuale italiano morto suicida nell’85, le cui parole tornano interpretate da Eva Robin’s, o la toccante attualizzazione a cui si è prestato uno scrittore come Marcello Fois nel rileggere un fondo pubblicato da Roberto Roversi su L’Unità in quel fatidico 1982.