Duchamp, Magritte, Dalì. I rivoluzionari del 900 a palazzo Albergati

Joan miro
Woman and Birds, ca. 1940
india ink, gouach, and oil wash on paper, 27.9 X 30.5
B70.0195

Una grande anteprima internazionale: il 16 ottobre a Bologna apre al pubblico la straordinaria mostra
dedicata a quei nomi del mondo dell’arte che hanno rivoluzionato il Novecento.
Duchamp, Magritte, Dalì, Ernst, Tanguy, Man Ray, Calder, Picabia e molti altri, tutti insieme per
raccontare un periodo di creatività geniale e straordinaria.
La determinazione a rivoluzionare l’arte, a rompere col passato e inventare un mondo nuovo, è raccontata con grande ricchezza narrativa nella mostra: sono infatti 180 le opere esposte, tutte provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme che ha messo a disposizione dei visitatori bolognesi le proprie incredibili collezioni.

L’incontro tra Dada, Surrealismo e l’Israel Museum inizia come un “incontro casuale” più di cinquanta anni fa e da allora si è evoluto in una relazione profonda e duratura. Grazie a lasciti generosi provenienti in gran parte da donatori e artisti, il Museo ha potuto formare una spettacolare collezione di opere Dada e surrealiste, che comprende tutte le tecniche impiegate da questi movimenti innovativi: dipinti, readymades, collage, assemblaggi, fotografie e lavori su carta.
Il Museo deve questa ricchezza innanzitutto ad Arturo Schwarz – docente, scrittore e poeta milanese -, che ha donato la sua vasta collezione di arte Dada, surrealista e pre-surrealista comprendente più di 700 opere che costituiscono la maggior parte della collezione e della selezione di opere in mostra.
Tra i capolavori: Le Chateau de Pyrenees (1959) di Magritte, Surrealist Essay (1934) di Dalí, L.H.O.O.Q.
(1919/1964) di Duchamp e Main Ray (1935) di Man Ray.
L’allestimento è realizzato dal grande architetto Oscar Tusquets Blanca, che in omaggio all’evento ha
ricostruito a Palazzo Albergati la celeberrima sala di Mae West di Dalì e l’installazione 1,200 Sacks of Coal ideata da Duchamp per l’Exposition Internationale du Surréalisme del 1938.

La mostra, curata da Adina Kamien-Kazhdan Senior Curator of Modern Art at The Israel Museum, vede il patrocinio del Comune di Bologna e dell’Ambasciata di Israele ed è prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con l’Israel Museum di Gerusalemme.
Come un Museo enciclopedico dal livello internazionale, l’Israel Museum vanta esposizioni in tutto il mondo su una vasta gamma di temi grazie alle sue ricche e varie collezioni. Tra le più importanti mostre internazionali La culla del cristianesimo: tesori dalla Terra Santa e Chagall. Love and Life, ma anche mostre che presentano selezioni provenienti dalle collezioni più complete del Museo come quella di pittura impressionista e post-impressionista, tra gli altri tesori.

LA MOSTRA
Attraverso un percorso tematico, la mostra Duchamp, Magritte, Dalí. I rivoluzionari del ‘900. Capolavori dall’Israel Museum di Gerusalemme, offre una visione completa di questo patrimonio avanguardistico passando in rassegna tutte le sue espressioni artistiche e i mezzi utilizzati tra cui la pittura, la scultura, l’assemblaggio, il fotomontaggio e il collage.
Cinque le sezioni di mostra:
Accostamenti sorprendenti;
Automatismo e subconscio;
Biomorfismo e metamorfosi;
Desiderio: musa e abuso;
Il paesaggio onirico.

Prima sezione: Accostamenti sorprendenti
L’uso di materiali e oggetti “trovati” nei collage, nei montaggi e negli oggetti dadaisti e surrealisti annulla il confine tra arte e vita. I frammenti del mondo quotidiano diventano parte di accostamenti sorprendenti in grado di sedurre, scioccare e disorientare l’osservatore. Grazie a questo processo di “ricollocazione” emerge il potenziale poetico dei materiali usati nella creazione di oggetti onirici che paiono tratti “dalle più recondite profondità della mente umana”.
Dada cavalca l’onda dello sviluppo tecnologico di radio, cinema, industria e stampa illustrata. I dadaisti sono un gruppo internazionale che include artisti diversi tra loro come Kurt Schwitters, Hannah Höch, Max Ernst, Marcel Janco, Man Ray e Marcel Duchamp, alcuni dei quali entreranno poi a far parte del movimento surrealista. Le strategie dada comprendono l’acquisizione, la modifica e la scomposizione di oggetti,
immagini e testi prodotti meccanicamente. Il caso, l’umorismo e i giochi di parole sono tra gli strumenti principali della loro arte.
Duchamp inizia la sua opera radicalmente innovativa prima della guerra, in maniera indipendente dal movimento dadaista. André Breton descrive i readymade duchampiani come precursori dell’oggetto
surrealista, equivalente visivo delle potenti metafore poetiche utilizzate nei testi chiave del movimento: “bello come l’incontro casuale tra una macchina da cucire e un ombrello su un tavolo operatorio”.
Collage e oggetti surrealisti hanno ispirato anche le successive generazioni di artisti – come Joseph Cornell ad esempio – e sono diventati parte delle pratiche artistiche contemporanee nella creazione di installazioni e opere site-specific, fino ad abbracciare l’ambito dei media commerciali.

Seconda sezione: Automatismo e subconscio
Con il proposito di infondere nuova linfa alla poesia e alle arti visive attraverso l’uso di una creatività inedita, il surrealismo esplora gli aspetti più oscuri della mente: il sogno, la malattia mentale, l’inconscio. Scrittori e artisti sviluppano tecniche “automatiche” per eludere il controllo cosciente e accedere alla sorgente del subconscio. L’automatismo riflette la passione dei surrealisti per le nuove scoperte in ambito psichiatrico a cavallo tra Ottocento e Novecento: per loro l’automatismo costituisce l’equivalente visivo della libera associazione utilizzata da Freud nella psicoanalisi.
Secondo André Breton, l’essenza dell’automatismo consiste nel tenere in guardia le “voci… del nostro
inconscio” e nel tentativo di sottrarsi al controllo cosciente della logica, dell’estetica o della morale – nemici giurati di fantasia e creatività. I surrealisti provano a espandere la mente riconquistando quella libertà di immaginazione cui di solito si ha accesso solo durante l’infanzia, nei sogni e forse nella follia. Il ruolo della ragione deve essere limitato al riconoscimento e alla registrazione dei magnifici fenomeni prodotti dall’inconscio.
La ricerca surrealista di processi che avrebbero liberato l’arte dal pensiero cosciente si traduce in diverse tecniche e forme d’arte. Tra queste, i “disegni automatici” di Jean Arp e André Masson, i lavori semi automatici di Joan Miró, i frottages (sfregamenti) e grattages (raschiamenti) di Max Ernst. Man Ray e altri fotografi sviluppano tecniche come la solarizzazione, i fotogrammi e gli effetti casuali per produrre opere intrise di mistero e ambiguità.
Negli anni quaranta, quando molti importanti esponenti del movimento sono costretti all’esilio a causa della seconda guerra mondiale, l’automatismo diviene una forza trainante per gli artisti della scuola newyorkese.
Folgorati dall’idea dell’inconscio come fonte dell’arte, i futuri espressionisti astratti ampliano il repertorio delle pratiche automatiche.

Terza sezione: Biomorfismo e metamorfosi
Il biomorfismo riflette la tendenza surrealista a preferire forme ambigue e organiche. È a questa predilezione che si deve la nascita di dipinti, sculture e rilievi ispirati all’acqua come pure a soggetti di anatomia,
astronomia e botanica. Lavorando con stili diversi in un territorio ibrido tra l’arte figurativa e quella astratta, Jean (Hans) Arp e Yves Tanguy sviluppano un linguaggio che potremmo definire appunto “biomorfo”.
Arp semplifica le forme della natura riducendole alla loro essenza astratta. Le sue opere biomorfe catturano ed esprimono l’energia vitale dell’essere, liberando l’arte dalle costrizioni imposte dalla civiltà. I dipinti di Yves Tanguy, invece, fondono figure animali, vegetali e umane con formazioni rocciose dando vita a paesaggi evanescenti. Durante e dopo la seconda guerra mondiale queste vedute si fanno sempre più desertiche e sofferenti, restituendo un convincente ritratto psicologico dell’Europa di quegli anni.
Il surrealismo attribuisce un grande valore alla magia, alla trasformazione e ai processi di ibridazione.
Negli anni venti il movimento è influenzato dall’uso che Picasso fa della metamorfosi, come testimoniano i soggetti e la tecnica dei quadri figurativi e le opere più astratte e automatiche di André Masson.
La metamorfosi dimostra il potere dell’immaginazione individuale di trascendere la realtà e la ragione per accedere al regno della meraviglia. I miti delle culture native americane e oceaniche forniscono modelli espressivi liberi da censure e immagini di metamorfosi tra uomo e pianta. Ispirandosi alle culture non occidentali, all’alchimia e ad altri fenomeni occulti, Max Ernst arriva alla conclusione che l’artista debba recuperare un’armonia mitica e spirituale con la natura che era andata perduta a causa del cristianesimo, del razionalismo e della tecnologia occidentale.
Victor Brauner approfondisce i temi dell’occulto e del misticismo: la sua arte rappresenta la fusione di una vasta gamma di culture, mitologie e credenze religiose. Nel concentrarsi principalmente sulla figurazione – umana, animale, o mitologica che sia – Brauner crea un complesso vocabolario di forme simboliche.

Quarta sezione: Desiderio musa e abuso
Il tema del desiderio rappresenta per gli artisti e i poeti surrealisti un vasto territorio in cui sondare fantasie,
paure e inibizioni inconsce. L’intento di liberare il desiderio attraverso l’arte è legato all’ascesa dei regimi
totalitari e allo scoppio delle due guerre mondiali: è infatti in questo contesto che la libido si trasforma in una forza rivoluzionaria, in uno strumento di ribellione contro la censura politica e sociale.
Verso la fine degli anni venti, il tema del desiderio diventa una sorta di ossessione e le teorie freudiane sulla sessualità che circolano all’interno del movimento trasformano artisti e scrittori in “agenti del desiderio”. La donna, percepita come fonte di ispirazione, rappresenta allo stesso tempo una promessa e un simbolo di potere. La figura passiva della femmeenfant (la donna bambina) appare attraente per la sua duplice natura, al tempo stesso ingenua e seducente. I surrealisti hanno una concezione patriarcale del gentil sesso: “Ciò che importa è essere padroni di noi stessi, delle donne e dell’amore” (Manifesto surrealista, 1924). Questa elevazione del desiderio affonda le radici nelle idee del marchese de Sade, un aristocratico francese del XVIII secolo che vedeva lo sfogo delle passioni come un diritto ineludibile dell’uomo.
Il corpo femminile diviene protagonista di dipinti, manufatti, foto e collage surrealisti: idealizzato e mistificato o distrutto e frammentato è l’oggetto passivo di un atto di violenza.
Collage e montaggi diventano così i mezzi con cui dissezionare, ricomporre o sfigurare l’immagine
femminile. Usando la donna come un oggetto per la proiezione di ansie e conflitti irrisolti, gli artisti – in
particolare Hans Bellmer – analizzano gli aspetti più oscuri del desiderio.
André Breton considera la reazione fisica all’arte alla stessa stregua del piacere erotico: un’ebbrezza che si riverbera anche nelle fotografie di Man Ray in cui il corpo femminile è protagonista assoluto. Marcel Duchamp, invece, esplora l’impulso erotico con il suo alter ego femminile Rose Sélavy, esaminando i confini di genere e reinventando sé stesso come oggetto del desiderio.

Quinta sezione: Il paesaggio onirico
Quello del potere inebriante e liberatorio dell’immaginazione e del sogno è un concetto chiave per i
surrealisti. I loro paesaggi onirici evocano una sensazione di mistero, sfidando la nostra percezione della
realtà attraverso l’accostamento di oggetti scollegati tra loro, spesso inseriti in paesaggi in cui tempo e
spazio sono distorti. Come nei sogni, la memoria e lo spazio viaggiano su binari paralleli, permettendo alla realtà di mescolarsi con la fantasia.
Nel Manifesto surrealista del 1924, André Breton afferma: “La combinazione di questi due stati, sogno e
realtà, [genera] una Realtà Assoluta chiamata Surrealtà”.
Le immagini oniriche create dai surrealisti sono un riflesso dell’influenza della rivoluzionaria Interpretazione
dei sogni (1900), in cui Sigmund Freud descrive il sogno come una porta aperta sull’inconscio. Per gli artisti dell’epoca, la dimensione onirica rappresenta un territorio libero dal giudizio e dalla ragione.
Un personaggio particolarmente influente in tal senso è Giorgio de Chirico, fondatore della pittura metafisica.
Attratto dall’oscurità, dalla malinconia e dal senso di una realtà sfuggente, de Chirico crea paesaggi urbani senza tempo che, attraverso la manipolazione della prospettiva, trasmettono un senso di inquietudine. Solo
all’apparenza le invenzioni poetiche di René Magritte sono immagini ricche di complesse associazioni: le sue metafore visive fanno di lui un maestro dell’accostamento drammatico e sconvolgente. L’insolito virtuosismo tecnico di artisti come Magritte e Salvador Dalí permette loro di creare illusioni tangibili sempre in bilico tra realtà e fantasia.
La fusione di immagini in uno spazio illusorio viene usata anche nella fotografia surrealista: il fotomontaggio, ad esempio, che permette di combinare molteplici scene all’interno di una singola foto. Tramite l’uso di un mezzo solitamente percepito come “reale e affidabile”, Herbert Bayer sfida l’osservatore a mettere in discussione i concetti di gravità e spazio.
Bayer, come altri, inserisce spesso nelle sue opere immagini di occhi come metafore del voyeurismo e al tempo stesso del potere della visione interiore.
È forse il cinema, tuttavia, che ha saputo esprimere al meglio l’essenza del sogno: attraverso il montaggio, la doppia esposizione e la dissolvenza, i film surrealisti evocano uno stato di allucinazione rendendo sempre più difficile stabilire il confine tra cinema e visione onirica.

Dadaismo e il Surrealismo: è passato un secolo da quando queste due fondamentali correnti hanno fatto la loro comparsa e, ai nostri giorni,
accostamenti “meravigliosi”, automatismo, ready made, fotomontaggio, metamorfosi, paesaggi onirici sono per noi ovvi e scontati, in arte e non solo.
Ma all’epoca, gli artisti che per primi hanno inventato tecniche, costruito ideologie, scoperto e applicato la psicanalisi freudiana all’arte e alla vita, non solo hanno sfidato e rinnegato la tradizione, ma hanno introdotto materiali e strategie innovativi destinati a trasformare il vocabolario dell’arte e, soprattutto, lasciato un’eredità che non si è ancora esaurita.
Spronato dalla devastazione della prima guerra mondiale, il Dadaismo nacque nel 1916 a Zurigo, e si diffuse rapidamente a Berlino, Hannover, Colonia, New York e Parigi. Per i dadaisti, la guerra incarnava la prova definitiva del fallimento del razionalismo e della cultura borghese della fine del XIX secolo, al punto che il movimento venne lanciato con alcune performance contro la guerra al Cabaret Voltaire di Zurigo. Nel Manifesto del 1918 il poeta rumeno Tristan Tzara dichiarò che la parola infantile ma suggestiva “dada” (“cavallo a dondolo” in francese ma non solo questo è il significato attribuito al termine dada), scelta a caso da un dizionario francese-tedesco, non significava niente.
Nell’intento di distruggere i principi consolidati e decostruire il tradizionale linguaggio dell’arte, i dadaisti adottarono idee e modalità espressive radicali. I loro collage, assemblage, fotomontaggi, readymade, film e performance sono considerate antiarte nichilista.
A raccontare tutto questo in mostra saranno presenti opere di Kurt Schwitters, Hannah Höch, Erwin Blumenfeld, Marcel Janco, Francis Picabia, Max Ernst, Man Ray e Marcel Duchamp.

Il Surrealismo, nato a Parigi nel 1919 sulla scia del fermento dadaista, ambiva invece a una rivoluzione dello spirito e alla ricerca di una realtà nuova non solo in campo artistico. Ispirandosi all’esplorazione dell’inconscio praticata da Sigmund Freud, il Manifesto del 1924 invocava le forze irrazionali e creative che si nascondono nella psiche umana. L’uso degli accostamenti casuali, dell’automatismo, delle forme biomorfiche, l’immaginario onirico e la manipolazione di oggetti quotidiani, caratterizzano il lavoro di artisti diversi tra loro come André Breton, Max Ernst, Joan Miró, René Magritte, Salvador Dalí, tutti presenti in mostra.

Oscar Tusquets Blanca e la stanza di Mae West
Special Guest di Palazzo Albergati sarà la riproduzione dell’opera quadro-simbolo del Surrealismo, Viso di Mae West come appartamento (1934-35) di Salvador Dalí conservata nel Museo Dalí di Figuere che
l’architetto Oscar Tusquets Blanca – che fu amico e collaboratore di Dalì stesso – ripropone eccezionalmente a Bologna: la stanza-installazione vuole essere un tuffo nel passato a tutti gli effetti, una suggestiva
alienazione dello spazio che evidenzierà le sfumature più geniali dell’arte del marchese di Púbol dai celebri baffi all’insù, i suoi giochi di luce, le finte prospettive e l’illusione che si dilata accompagnando la visita del
pubblico tra sogno, enigmi e finzione, paesaggi tipici dell’anima di Dalì.
Oscar Tusquets Blanca, architetto, pittore e designer catalano i cui lavori sono in alcuni dei più importanti Musei – come il Centre Pompidou a Parigi e il Metropolitan a New York – è colui che con un progetto scenografico di grande spettacolarità progettò in Italia la stazione Toledo della metropolitana di Napoli e che
eccezionalmente – secondo l’originale progetto daliniano – ha contribuito all’allestimento di questa installazione contemporanea, fruibile da tutti i visitatori della mostra, all’interno della quale schermi e proiezioni permetteranno di vedere il tutto dalla giusta prospettiva

16 ottobre 2017 (a partire dalle ore 15.00) – 11 febbraio 2018
www.palazzoalbergati.com
Orario apertura
Tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti
Intero € 14,00 (audioguida inclusa) Ridotto € 12,00 (audioguida inclusa)
Orario apertura
Tutti i giorni dalle 10.00 alle 20.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Aperture straordinarie
1 novembre 10.00 – 20.00 8 dicembre 10.00 – 20.00 24 dicembre 10.00 – 17.00 25 dicembre 15.00 – 20.00 26 dicembre 10.00 – 20.00 31 dicembre 10.00 – 17.00 1 gennaio 15.00 – 20.00
6 gennaio 10.00 – 20.00
Informazioni e prenotazioni gruppi
T. +39 051 030141
Hashtag ufficiale
#IRivoluzionariDel900

Foto Credits: Joan Miró
Woman and Birds, ca. 1940 India ink, gouache, and oil wash on paper F. 49×51,8×3,7 cm Gift of Jan and Ellen Mitchell, New York, through the America-Israel Cultural Foundation
B70.0195 Provenance: Jan and Ellen Mitchell, New York The Israel Museum, Jerusalem, since 1970 © Successió Miró by SIAE 2017